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L'Atalanta al Meazza, non a San Siro. Il mercato diverso del Milan, lontano da appalti e plusvalenze

di Mauro Suma
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L’Atalanta giocherà al Meazza, non a San Siro. Perché il Meazza è il Meazza, San Siro è San Siro. Il Meazza è il simbolo di come funzionano le cose a Milano e di come sono funzionate anche questa volta. Sono l’Inter e la fortissima lobby interista di Palazzo Marino a decidere le cose sulla testa del Milan e a far trovare le cose pronte e apparecchiate in modo che il mondo rossonero possa solo accettarle. Con tutto il rispetto per il mitico, leggendario, Pepin, la dedica dello stadio a Meazza era stata fatta approfittando del periodo storico di grande debolezza rossonera pre-avvento di Berlusconi. Ma funziona così; decidono gli interisti di Palazzo Marino e il Milan venne messo in condizione di accettare a cose fatte. Lo stesso metodo è stato seguito per ospitare l’Atalanta. D’accordo il sindaco interista (non a caso un po’ a disagio sullo strepitoso progetto del nuovo San Siro proprio perché Milan e Inter stanno facendo nella circostanza le cose insieme con i due club protagonisti a pieno titolo, al di fuori dello schema Comune/Inter vs Milan), d’accordo i nerazzurri milanesi e se i rossoneri si fossero opposti si sarebbero scatenate le prefiche del fair play. Per come sono state messe le cose, sarebbe stato il Milan ad opporsi alla Champions bergamasca. Non il Comune, non Milano, ma il Milan. Metodo Meazza. San Siro è un’altra cosa. San Siro è il calcio, sono i titoli di giornale per caricare la partita, è una idea di sport. San Siro lo ha costruito il presidente del Milan, Piero Pirelli. Anche se si fa finta di niente. E anche se quelli che giocavano all’Arena lo hanno chiamato Meazza, gli hanno fatto il piazzale Moratti davanti e i giardini Herrera intorno. E ci hanno messo l’Atalanta a fare la Champions. Nerazzurrizzazione completa. Con tanto di sindaco che andrà allo stadio anche la prossima stagione a vedere l’Inter certo, ma anche l’Atalanta. Il Milan come se non ci fosse. Questione di lobby politica ed editoriale dominante. Per come sono state preparate le cose, bene ha fatto il presidente Scaroni a prendere almeno tempo. Il giusto tempo almeno per ascoltare i tifosi. I milanisti ecumenici hanno accettato, quelli temperamentali hanno detto no. Ma almeno il presidente Scaroni li ha ascoltati. Poi un grande club come il Milan non poteva fare altro che ospitare l’Atalanta, fenomeno virtuoso e positivo del nostro calcio. Prego, venite tranquillamente e giustamente a Milano, ci mancherebbe, Ma il metodo Meazza lo abbiamo beccato e lo abbiamo almeno tenuto in anticamera per un paio di giorni. Cosa doverosa.

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A proposito delle prefiche del fair play. Sull’Atalanta a San Siro ci hanno dato dentro, eccome se ci hanno dato dentro. Le prefiche che piangono a comando. Quando c’è da gufare l’esclusione del Milan dall’Europa League hanno la faccia dura e i modi spicci, quando si tratta di fare bella figura davanti ad un’ospite assumono i toni suadenti e lacrimevoli. Alle prefiche, diamo un consiglio. Visto che se ne intendono alla grande di fair play, apprezzino il modo aperto, trasparente e felicemente naif con cui il Milan sta facendo il mercato. Essere trasparenti non significa parlare, o annunciare o dire. Significare agire in maniera trasparente. Il Milan, con Boban, Maldini e Massara, non ha un procuratore di riferimento amico dell’allenatore o del presidente cui appaltare il proprio mercato. Il Milan non ha una rete di alleanza strategiche con cui impostare plusvalenze. Che nel 2002 e nel 2003 servivano per indagare i dirigenti milanesi e che invece oggi sono la panacea. Il Milan fa incontri con tutti e parla con tutti. Si va a Casa Milan e si vede cosa succede. Incontri quasi pubblici, perché il quartier generale è presidiato 24/7 da tanti bravi giornalisti e tutti vedono tutto e tutti sanno tutto. Il Milan non fa il mercato, ma gioca il mercato. Nel senso che non è un mercato autoreferenziale e strutturato a livello di rapporti quello delle bandiere rossonere, ma aperto, sereno, senza vie preferenziali e senza incontri dall’esito scontato perché preparati in corridoio. Il Milan non si siede a tavola e punta il dito sulle singole portate del menu. Fa le sue offerte e dà le sue valutazioni. Su Sensi ci sono rapporti migliori e quindi offerte migliori altrove? Faccia pure. Kabak sparisce per un paio di giorni? Ciao. Bennacer rientra nei ranghi dopo un paio di giorni? Bene, altrimenti…Non si chiama l’amico dell’amico, si valutano i comportamenti degli uomini e delle persone. Si seguono regole economiche virtuose e si fanno le offerte dialogando, parlando, analizzando. Senza appaltare operazioni e situazioni. Il “Ci pensa lui” a Casa Milan non funziona. Sarà poco strategico, sarà poco funzionale, si rischia anche di esserne penalizzati. Ma è bello non essere furbi e giocare solo con le armi della propria intelligenza. E’ affascinante. E’ diverso. E’ fuori dalle “logiche”. E se non lo apprezzano le prefiche del fair play a orologeria, lo facciano almeno i tifosi rossoneri. Che hanno di fronte al loro cuore una società bella e diversa. Perché l’orgoglio non è solo un fatto di risultati.


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