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Elliott, Gazidis, Boban, Maldini: l'obiettivo comune deve essere il bene del Milan. Il silenzio non è un alleato, ma un nemico interno. City escluso: UEFA coerente sul FPF

di Pietro Mazzara
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Abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle come le guerre interne non portino mai a niente di buono. La testimonianza è stata data dal duopolio Adriano Galliani-Barbara Berlusconi e, a distanza di anni, ecco che vi è un nuovo capitolo della saga ovvero quello che vede coinvolti Ivan Gazidis da una parte, Zvone Boban e Paolo Maldini dall’altra. Serve un intervento chiarificatore da parte della proprietà, che metta i giusti confini nelle aree di competenza dei medesimi. Vero è che Gazidis è uomo di fiducia di Elliott e la sua posizione non è in bilico (anche se sotto osservazione) così come è altrettanto vero che i due reggenti dell’area sportiva sono molto stimati in quel di Londra. Ma serve che le due anime portino avanti un progetto unico, convinto a far sì che il Milan possa rialzarsi dalla polvere. Risollevare un gigante che ha sulla schiena pesi enormi non è semplice, soprattutto se non ci sono scorciatoie, e ci vuole tempo (tanto) e pazienza (tanta). Ma non ci devono essere invasioni. L’aver sondato Rangnick, da parte di Gazidis, è stato visto come un modo per mettere sotto pressione o, peggio ancora, cercare di far capire a Maldini e Boban di iniziare a preoccuparsi per il loro futuro. Paolo, nel tentativo di dare forza alla posizione di Pioli, ha risposto anche al suo CEO sul profilo da lui fatto cercare, perché Rangnick – ammesso e non concesso che voglia lasciare l’El Dorado di casa Red Bull – sarebbe un manager a tutto tondo. Una figura molto inglese come concezione, ma che nella stessa Premier League sta iniziando ad essere un po’ meno potente visto l’arrivo di diversi direttori sportivi che stanno creando delle strutture più “continentali” rispetto al modello inglese.

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L’obiettivo unico, aldilà della voglia di comandare, è quello di portare il Milan ad una situazione più nobile rispetto a quella attuale. Elliott non venderà il club a breve, c’è un impegno a lungo termine per il fondo americano che sta ristrutturando le finanze societarie, sicuramente sta commettendo (e commetterà) degli errori (si dovrà valutare bene la valanga di assunzioni nell’area marketing operate da Gazidis e l’unico metro per farlo, saranno i ricavi), il tutto – per ora – a discapito di quelli che sono lo specchio di una squadra di calcio, ovvero i risultati sul campo. Per quello Maldini e Boban vorrebbero un po’ più di elasticità in fase di costruzione della squadra. Perché solo attraverso un gruppo competitivo si potrà dare benefici anche ai rami d’azienda extra campo. Vanno coniugate le due cose, e serve anche che qualcuno apra un po’ di più la sua visione anche a livello comunicativo. Celarsi dietro il silenzio, non avere un contraddittorio con chi è delegato a fare le domande e cercare risposte, non aiuta. Il silenzio alimenta solo ed esclusivamente le voci e gli spifferi, che vanno a danneggiare il Milan nella sua globalità. Il popolo dei social invoca cambi epocali, ma anche con un’eventuale cessione ad un potenziale nuovo proprietario, non sarebbe possibile fare grandi acquisti. Ci sono delle regole, che piacciano o meno, che frenano la risalita di società come il Milan, finite dentro la morsa del Fair Play Finanziario in uno dei suoi momenti storici più duri. La squalifica del Manchester City è l’esempio evidente di una coerenza dell’UEFA sul tema. Vero è che i Citizens sono pronti a investire 30 milioni in avvocati per provare la propria innocenza davanti al TAS e, forse, anche davanti alla giustizia ordinaria.

Serve compattarsi tutti attorno alla squadra, finirla di accendere fuochi di guerra interni, e armarsi di santissima pazienza. Di certo non vanno accettate a cuor leggero situazioni come quella di giovedì contro la Juventus in Coppa Italia. Il Milan deve tornare a farsi sentire nelle sedi che contano, anche se adesso ha un appeal inferiore, ma serve un lavoro politico e comunicativo che riporti il club ad essere rispettato e, quando serve, ascoltato. Ma tutto parte dall’alto, dal come si vuole portare avanti il percorso di risalita del Milan. Perché il silenzio non serve a niente e gli ultimi anni lo hanno dimostrato.

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