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Donnarumma e gli snodi di mercato. Andre Silva e Schick stesso caso, giudizi diversi. La culla dell’Inter. Uefa EL da rifondare, Mondiale per club una farsa: calendari al collasso

di Luca Serafini
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Da 11 mesi parliamo di Donnarumma. Forse è davvero il momento di silenziare il tema, visto che non è possibile "lasciarlo tranquillo" come chiede provocatoriamente (e invano) Gattuso. Le mie opinioni per cui non lo venderei mi si ritorcono contro diventando l'argomento più forte di chi lo vorrebbe scaricare domattina. Ha 19 anni, è il futuro del Milan - dove alla sua età ha già più di 100 partite sulle spalle - e della Nazionale, ha grandissimi margini di miglioramento partendo da una base eccezionale. Benissimo, mi rispondono: quindi non può fare le papere che sono costate la Coppa Italia e rimesso a rischio un 6° posto indispensabile per non cadere nel baratro dei 3 preliminari di Europa League. Quindi non può fare manfrine sul contratto e sul futuro come ha fatto, in maniera snervante, l'estate scorsa.

Penso che una grande squadra abbia bisogno di un buon portiere, non di un grandissimo portiere. Se ce l'ha, è meglio, ma nel recente passato rossonero sono rimasti sotto schiaffo anche Giovanni Galli, Seba Rossi, Dida, Abbiati... Tutti i portieri dell'ultimo trentennio. L'empatia verso chi copre questo ruolo è spesso fragile. Se serve cedere Donnarumma per porre fine a questa commedia, fare cassa, acquistare giocatori di campo e lasciare la numero 1 al 36enne Reina in attesa di una nuova stella, mi arrendo. Vendetelo.

Ho letto un brevissimo pensiero su Milannews nei giorni scorsi. Faceva un parallelo tra il milanista André Silva e il romanista Schick, senza peraltro approfondire granché. Riassumo io: stessa età, stesso costo, stessi gol (solo 2) segnati in campionato, ma il giallorosso (che non gioca in Nazionale, non ha segnato 8 reti in Europe League, 9 nelle Qualificazioni Mondiali, 11 in 20 presenze al fianco di CR7 con il Portogallo) è celebrato ancora come il futuro, il rossonero scaricato come un sacco di immondizia. Eppure, se non altro quello più sano fisicamente è il milanista. Quindi? Quindi non so cosa dire. Come nel caso dell'Inter: era in testa alla classifica a dicembre, arranca al 5° a maggio fallendo clamorosamente, infine, la goleada ampiamente pronosticata contro il Sassuolo a San Siro, ma la settimana che la accompagna verso l'Olimpico disegna la Lazio imbattuta da 9 turni quale vittima sacrificale e i nerazzurri destinati a diventare eroici. Quindi? Quindi nemmeno in questo caso so cosa dire. Posso solo aspettare domenica sera. Forse hanno ragione loro.

L'Atletico Madrid vince una Europa League allucinante per concezione, calendario e svolgimento. Una Coppa che vincono di norma le retrocesse dalla Champions. Per cui risulta davvero inutile, poco vantaggioso finanziariamente, poco prestigioso sportivamente parlando, star lì a rompersi le balle col ritiro a giugno, i preliminari, i gironi, i sedicesimi, un cammino devastante attraverso città remote e contro squadre sconosciute. Fatica sprecata. Non contenti di un calendario intasato allo stremo, ecco l'ultima invenzione: il Mondiale per Club ogni 4 anni. Sarebbe stupenda l'idea se i campionati europei di serie A avessero un numero di club iscritti inferiore. Se i playoff e i playout (brevi) si giocassero tra le ultime della serie superiore e le prime della serie inferiore. Se le coppe nazionali fossero più agili e snelle (si lamentano persino in Inghilterra). Se ci fosse il tempo per prepararlo seriamente un Mondiale per club, tornando nel frattempo alla vecchia Intercontinentale riservata, appunto, solo alle vincitrici della Champions del proprio continente.

Purtroppo la fame di denaro e di programmazione televisiva, anche se scadente e satura, avrà la meglio. Resterà l'amara consolazione di ascoltare tutti gli entusiasti di queste ore, ribellarsi con veemenza al primo intoppo per i troppi impegni, la stanchezza, la fatica, l'iniquità del regolamento. Animati dagli interessi del proprio orticello, come al solito, non certo dall'amore per il calcio.


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