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Panucci: "Esordio in Serie A e Milan, era destino. Col primo stipendio comprai casa ai miei genitori: Berlusconi lo seppe e mi rinnovò il contratto"

di Manuel Del Vecchio

Christian Panucci, ex calciatore tra le altre di Milan, Real Madrid e Roma, è stato intervistato da Veronica Francioli per il podcast Inner Mentality. Il focus della chiacchierata è stato sull’errore, la sconfitta e la pressione all’interno del mondo dello sport. Queste alcune delle sue dichiarazioni:

L’esordio in Serie A:

“A 17 anni giocavo attaccante, ma siccome non la buttavo dentro una domenica chiesi all’allenatore del tempo, che era Claudio Onofri, di farmi giocare libero perché era squalificato il libero. Andai in difesa e da lì è cominciato tutto, dopo 4 mesi ho esordito in Serie A e l’anno dopo ho giocato tutto il campionato e poi sono andato al Milan. A volte la vita ti regala dei momenti in cui ti cambia il destino. Ci fu un altro episodio: noi vivevamo insieme ad altri 10 ragazzi e loro andarono tutti a ballare. Io al mattino facevo il benzinaio, quindi la sera sono rimasto in convitto. Venne Claudio Maselli che era il responsabile, e trovò solo me. A quei tempi non esistevano i telefonini e quindi non ho potuto avvisare gli altri. Sono rientrati alle 3 della mattina e lui, per darmi un premio, mi mandò ad allenarmi con la prima squadra. Dovevo andare così. Mi ricordo che mi chiamarono al benzinaio per dirmelo. Da quel momento Bagnoli disse: “Non te lo do più questo ragazzo” e un mese e mezzo dopo ho esordito in Serie A. Ci vuole anche fortuna”.

Le difficoltà della famiglia e i primi guadagni da calciatore:

“Io vivevo a 40 km da Pegli, solitamente i ragazzi del Settore Giovanile facevano l’abbonamento mensile del treno. Ma siccome sentivo sempre litigare papà e mamma che non arrivavamo a fine mese e poi avevamo avuto lo sfratto, chiesi a Maselli se potevo andare a vivere a Pegli proprio per non disturbare i miei genitori. Mi ricordo che mi davano 50mila lire a settimana al benzinaio. Ho giocato il primo campionato di Serie A col Genoa, oggi si parla di cifre molto grandi, guadagnavo 930mila lire, che era il precontratto di un professionista. Il buon Spinelli mi ha fatto partire il contratto dall’anno dopo, ma io l’anno dopo sono andato al Milan. E con tutto quello che ho guadagnato quell’anno comprai casa ai miei genitori. E vedere papà dal notaio con le lacrime è stato uno dei momenti più belli della mia vita. Avevo coronato un sogno per i miei genitori. Tutt’ora loro vivono in quella casa.

Poi c’è un altro aneddoto bello, perché lo venne a sapere Berlusconi tramite Galliani che io avevo speso tutti i soldi che avevo guadagnato per comprare casa a mamma e papà. Lui mi chiamò e mi rinnovò il contratto per cinque anni perché ero rimasto senza soldi. Nei prossimi giorni tornerò a casa e ancora oggi mi sono prenotato l’albergo: non vado a casa dei miei perché gliela voglio sempre far sentire loro e sarà sempre loro”.

Com’è stato dividere lo spogliatoio con campioni come Baresi e Maldini?

“Abbastanza normale. Forse il primo anno che sono arrivato al Milan, io quel Milan lì lo guardavo in televisione con grande ammirazione… È successo veramente tutto nel giro di un anno. Anzi, dopo 6-7 partite ero già quasi del Milan. E quindi i primi tempi l’ho vissuta con un po’ di paura. Ero un ragazzino di 19 anni che va in quel grande Milan e vedevo che in quegli anni tanti passavano e pochi rimanevano. Mi chiedevo se sarei stato all’altezza. Mi ricordo il primo allenamento: era alle 10.30 ed io arrivai alle 9.30, 9.35. Erano già tutti negli spogliatoi, quindi mi sono detto che sarei dovuto arrivare un po’ prima. Il giorno dopo mi sono svegliato alle 6 e alle 7.30 ero già al campo. Ero entrato in un mondo totalmente diverso. E un po’ ci è voluto di tempo per rimettermi in sesto. Ma ho avuto la fortuna di trovare grandissimi campioni: dietro un grande campione c’è un grande uomo e al Milan mi hanno aiutato, coccolato, ho trovato un allenatore che mi diede subito fiducia. Diventai titolare subito. Ma non nego che il primo anno l’adattamento a vedere questi grandi campioni… C’è voluto un po’. Ero un ragazzino che arrivava dal Genoa, ero l’ultima ruota del carro. Sono riuscito subito, forse per il mio carattere e la mia personalità, ad impormi. Per il resto, top”.

Il carattere quindi è stata la tua forza:

“Sì. Nel calcio credo ci siano le categorie, forse il mio carattere è stato addirittura esagerato. Ma se vado a rivedere la mia carriera è stata importante. Forse ho perso il Mondiale del 2006…”.

Ancora sul suo carattere, definito un po’ “scomodo”.

“Questa domanda me l’hanno fatta in centro, ma io rispondo sempre con un’altra domanda: com’è che Capello mi ha voluto sempre nelle sue squadre? Ci sarà un motivo. Io ho litigato con Lippi e non ho mai voluto ricucire, anche perdendo un Europeo, perdendo un Mondiale, perdendo l’Inter. Non ho mai voluto ricucire. È una parte di carattere che forse ho dovuto smussare negli anni, però credo che il carattere sia stato per certi versi la mia grande forza. Poi però in questo mondo puoi essere anche un po’ scomodo”.

Nel calcio l’errore è visibile immediatamente. Vedi Baggio, tutti ricordano il rigore sbagliato. Hai un ricordo di un errore che per te è stato enfatizzato più per un fattore mediatico che per lo sbaglio in sé?

“In campo ne ho fatti parecchi di errori, non è che ne ho fatti pochi. Ne potrei ricordare tantissimi. A me ricordano molto la litigata con Lippi, anche a livello giornalistico. Tutte le vittorie passano in secondo piano e invece esaltano chi ha vinto un quinto di quello che ho vinto io. Ma questo fa un po’ parte del gioco, della mentalità italiana, di andare a vedere un po’ più le cose negative che le cose positive. L’ho sempre gestita bene, non sono mai entrato in conflitto con me stesso. Chi fa il calciatore sa che può sbagliare un rigore ma anche fare gol. Sa che può fare una bella partita ma può farne anche una brutta. L’importante è sempre andare avanti e sapere che hai 50-60 partite che le sbagli per forza. Altrimenti parliamo di quella categoria di fenomeni di cui non faccio parte. Essendo un difensore poi se sbagli te manca solo il portiere, se sbaglia un centrocampista c’è sempre il difensore che può dargli una mano, quindi è sempre stato un ruolo dove se sbagliavi pagavi più di altri”.

Hai mai sentito pressione e ansia prima di una grande partita?

“Mi isolavo molto. Cenavo la sera alle 8 e poi mi chiudevo in camera, però rischiavo di addormentarmi alle 9-9 e mezza. Questo non vuol dire che non ci pensavo, anzi. Pensavo a chi dovevo marcare in quel momento, le sue caratteristiche. Però ero uno che non perdeva mai il sonno. Ci sono tanti aneddoti… Prima della finale di Champions League tra Real Madrid e Juventus io ero in camera con Fernando Hierro e all’improvviso metto il cuscino sotto la pancia e mi addormento. Mi sveglio alle 8.30, mi giro e lui parte: “Figlio di… Italiano pezzo di… Io non ho dormito un minuto e tu hai dormito tutta la notte”. Me ne ha dette di tutti i colori. Lui siccome era il capitano del Real, e quella Champions League lì per il Real Madrid è stata la più importante di tutte, l’ha vissuta con una pressione incredibile. Ma io anche le altre partite, come la finale col Milan, il derby a Roma… Dormivo sempre. E anche quando facevo un errore in campo li scacciavo subito. Addirittura alcune volte poi facevo gol. Il destino mi dava una mano. L’errore l’ho sempre vissuto come parte della prestazione in una partita. Meno ne fai e meglio è ovviamente, ma non devi mai piangerti addosso. L’ansia da prestazione capitava anche a tanti miei compagni, ma poi lì parliamo di personalità e saper gestire i momenti, saper prepararsi nel modo giusto. Poi ogni tanto un pensiero negativo mi caricava ancora di più. La paura calcistica molte volte ti aiuta a migliorare la prestazione, molte volte ti aumenta lo stress, l’ansia. A me l’aver paura, tra virgolette, di dover incontrare un giocatore forte mi caricava molto”.  


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