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Modric: "Sono felice di aver realizzato il mio sogno di giocare in Serie A. È successo, e l’ho fatto nel miglior club in Italia"

di Manuel Del Vecchio

Luka Modric, una leggenda nel mondo del calcio, è stato intervistato da Giacomo Poretti nel “Poretcast”. Il centrocampista rossonero, oggi impegnato al Mondiale con la sua Croazia, ha parlato di tanti temi, tutti legati al mondo del pallone.

L’intervista è stata il cuore dell’evento «The Master & The Team: Luka Modrić incontra l’eccellenza MOVA», evento firmato MOVA e andato in scena il 19 maggio 2026 al Teatro Alcione di Milano. È stata realizzata nel format PoretCast con la produzione di Corax.

Queste le sue dichiarazioni:

Se dovessi presentarti a qualcuno che non ha mai visto una partita di calcio, cosa diresti di te?

“Direi che sono Luka Modric, calciatore. Ma prima di tutto sono un padre, un marito ed un ragazzo che aveva dei sogni a cui non ha mai smesso di credere”.

Se il Luka bambino avesse potuto sbirciare nella sua vita futura, cosa direbbe? “Non ci credo” o “era ora”?

“Penso che direbbe “Wow”. Perché anche quando hai dei sogni da bambino, riuscire a raggiungere tutto quello che ho ottenuto… Non l’avrei mai immaginato, anche se ho sempre creduto in me stesso. Pensavo che avrei raggiunto grandi traguardi, ma quello che ho ottenuto era davvero difficile da immaginare. Ed è per questo che il me bambino direbbe «Wow, ce l’hai fatta. Non hai mai mollato. Ce l’hai fatta»”.

Come ti senti nel giocare in un paese come l’Italia che ha una cultura calcistica così viva?

“Mi sento davvero bene, sono cresciuto seguendo il calcio italiano. L’Italia ha regalato al mondo del calcio alcuni dei calciatori più intelligenti come Totti, Pirlo, Baggio, Del Piero e altri ancora. I tifosi capiscono di calcio e apprezzano i giocatori tattici e tecnici. Ed è per questo che qui mi sento così bene, sono felice di aver realizzato il mio sogno di giocare in Italia in un giorno. È successo, e l’ho fatto nel miglior club in Italia, per me”.

Quand’è che il pallone è diventato il tuo migliore amico da bambino?

“Dacché ho memoria di me stesso, sono sempre stato con il pallone. Mi piaceva calciarlo contro il muro. Così, semplice: palla e muro. Poi, quando avevo sei o sette anni, mio padre mi portò in campo per fare esercizi: controllo palla, palleggio e tutto il resto. Ma la cosa più importante, e che consiglio sempre, è di calciare il pallone contro il muro. Semplice”.

Sei cresciuto in un periodo molto difficile nel tuo paese, tra guerra e incertezze…

“Mi ha formato come persona. Mi ha mostrato che a volte la vita non è giusta, per tutto quello che stava succedendo al tempo. Ma la vita è così, non puoi pensare che succederanno solo cose positive. Devi adattarti, continuare ad andare avanti, crescere, essere forte. Mi ha insegnato queste cose: essere forte e creare una personalità forte. Questi momenti difficili ti aiutano a creare una personalità forte, a crescere come personale. Mi ha aiutato molto”.

Dove trovi quella forza che ti contraddistingue?

“Per me la cosa più importante è l’amore per quello che faccio. E poi ci sono le persone importanti: famiglia, moglie, figli, persone vicine. Lo faccio per loro perché vedo quanto sono felici grazie a quello che faccio. E questo mi dà la forza di continuare a lottare e dimostrare che chi mi sottovaluta si sbaglia. La gente ti etichetta come vecchio, dice che non puoi fare questo o quello, ma io prendo forza dalla mia famiglia e da chi mi ama. Lo faccio per loro. La cosa più importante è amare ciò che fai. Io amo il calcio e lo vivo ancora con piacere”.

Continui a giocare ad altissimi livelli alla tua età. È solo talento oppure c’è anche tanto lavoro?

“Un allenatore mi diceva sempre: «Il talento è il 20%, il resto è il duro lavoro». Non so se le percentuali sono davvero queste, ma il senso è che il talento è importante, ma da solo non basta. Se non lavori duramente, se non sei determinato, se non credi in te stesso e non fai tutto ciò che serve per avere successo nella vita, il talento non è sufficiente. Il talento è solo una parte, il resto è lavoro duro e molte altre cose”.

Qual è un’abitudine che ti ha aiutato molto a stare a questi livelli?

“Solo una? Ci sono così tante cose importanti per mantenere alto il livello, soprattutto con l’età. Il recupero è molto importante, e prendersi cura del proprio corpo. E anche il lavoro. Con l’età bisogna lavorare di più. Quando me l’hanno detto la prima volta mi sembrava strano, perché dovrei lavorare di più? Al massimo dovrebbe essere il contrario. E invece è così: devi lavorare di più per mantenere la forma fisica e restare a questo livello. Mi piace lavorare duro, ma anche il recupero è fondamentale. Bisogna trovare l’equilibrio tra le due cose”.

Sei sempre calmo. Come fai? Sembra che sia sempre tutto sotto controllo in campo.

“Fa parte della mia personalità, cerco di essere sempre positivo e calmo a prescindere dalla situazione. Quando accade qualcosa di negativo cerco di rimanere lucido, positivo e cerco di cambiare le cose”.

Quando giochi o quando ti alleni, ti capita ancora di sorprenderti per qualche giocata che fai?

“Sì, certo. A volte fai cose e pensi: «Wow, è stato veramente fantastico». Puoi sempre migliorare, fare meglio qualcosa, provare cose nuove. Sono così: cerco sempre di imparare, di provare a fare qualcosa di nuovo. A volte guardi i compagni e puoi prendere ispirazione da loro. È questo che mi piace del calcio. Si può sempre imparare”.

Ti diverti, eh?

“Sì, molto”.

Negli anni è cambiata parecchio la preparazione a livello fisico?

“È cambiata. Non so quanto, ma di sicuro si è evoluta. Dipende molto dagli allenatori e dai preparatori. A volte è più facile, a volte è più dura. Preferisco quando nel pre stagione lavori duramente perché poi ti aiuta durante la stagione. Alcune cose sono cambiate, certo. Ma dire che è cambiato completamente… No, non al 100%”.

C’è qualche allenatore che ti ha aiutato in modo particolare?

“Ce ne sono stati. Non voglio nominarne solo uno perché sono stato fortunato ad aver lavorato con tanti grandi allenatori e campioni. Ho imparato qualcosa da tutti e mi hanno aiutato tanto durante la mia carriera. Senza allenatori è difficile farcela nel calcio. Ma se devo fare un nome torno a quando ero bambino. C’era un allenatore che arbitrava le nostre partite in allenamento. E fischiava di proposito a nostro sfavore per farci innervosire. Il suo obiettivo era farci capire che nel calcio e nella vita possono succedere molte ingiustizie. E quindi devi rimanere calmo e trovare una soluzione. Per me è stato molto importante impararlo crescendo”.

Qual è il giocatore avversario che ti ha messo più in difficoltà, se c’è?

“C’è, c’è. Tanti. Mi è sempre piaciuto giocare contro il Barcellona quando ero al Real Madrid. Per me Iniesta… Mi piaceva tanto giocarci contro. È uno dei giocatori che ammiro di più, ma non era facile giocarci contro. Se ne devo dire uno, dico lui”.

Che clima ti piace creare in spogliatoio? Hai grande fascino, sei un leader.

“Mi piace creare un’atmosfera calma e positiva, è la cosa più importante. Positività, calma. Queste sono le cose che voglio trasmettere ai miei compagni. Voglio portare energia positiva, motivazione, voglia di lottare in campo per la squadra e aiutarsi a vicenda. Queste sono le cose fondamentali”.

Quando devi dire qualcosa di importante negli spogliatoi, parli o guardi i tuoi compagni negli occhi?

“Sono una persona calma. Non parlo molto. Preferisco osservare e capire qual è il momento giusto per parlare. Non mi piacciono i discorsi troppo pomposi. Ma quando sento che è il momento giusto, allora parlo”.

Chi è quello che ci impiega più tempo a fare la doccia in spogliatoio?

“Non lo so, non ci faccio caso (ride, ndr)”.

Cosa provi quando vedi un giovane che sta per cominciare? Ti viene voglia di aiutarlo o provi invidia?

“Mi viene voglia di aiutarli. Oggi i giovani hanno bisogno di aiuto, ci sono così tante distrazioni attorno al calcio. E ogni tanto ho la sensazione che il calcio non sia più la priorità assoluta per alcuni giovani. Ci sono molte altre cose che vengono prima. Per la mia generazione il calcio era la priorità, era tutto. Non avevamo distrazioni. Ora invece ce ne sono tantissime e i giovani possono confondersi. Per questo serve che i giocatori esperti li guidino, per mostrargli la strada giusta e fargli capire come comportarsi per avere successo. Non basta solo arrivare ad un certo livello. Ci sono molti giocatori che ci restano due o tre anni e poi spariscono. La cosa importante è la continuità, restare ad alti livelli per tanti anni. Cerco di aiutarli dando l’esempio”.

Quanto è importante la famiglia?

“È la cosa più importante. Quando torni a casa dopo le partite, dopo quelle andate male, tutto diventa più facile quando vedi i tuoi figli e tua moglie. Ti aiutano a dimenticare il calcio per un po’ e a stare semplicemente con loro, anche se non è così facile. Non è facile starmi vicino per un paio di giorni dopo una sconfitta. Ma quando li vedi ti rendono felice, ti fanno ridere, e piano piano ti dimentichi del calcio e ti godi il tempo con loro. È importante avere stabilità a casa e pensare anche ad altre cose, non solo al calcio”.

Tuo figlio commenta le tue partite? Ti dice se potevi fare una cosa in altri modi o cose del genere?

“No. Parliamo di calcio, ma non in questi termini”.


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