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Gazzetta dello Sport: intervista a Maldini

di Stefano Maraviglia
Fonte: Gazzetta dello Sport

Quarantotto ore di ri­flessione, poi la risposta. Paolo Mal­dini non ha voluto aspettare anco­ra. Paolo, perché le hanno rovina­to la festa? «Non lo so, davvero non lo so. Ho sempre avuto un comportamento lineare, seguendo i miei ideali e ri­spettando tutti. Non ho frequenta­to gli ambienti dei tifosi, ma non per snobismo: per il cognome che porto ho sempre dovuto dimostra­re qualcosa. E allora ho voluto esse­re giudicato solo per quello che da­vo in campo: c’è chi la può vedere come forma di rispetto verso l’am­biente e la società e chi invece inter­preta questo atteggiamento come uno sgarbo nei suoi confronti».

Che cosa l’ha delusa? «Il silenzio della società: non mi è piaciuto che non abbia preso posi­zione. Non c’è stato neanche un commento: dal presidente in giù, nessun dirigente ha detto una pa­rola. Io sarò un idealista, ma cre­do che una società come il Milan si debba dissociare da certi episo­di».

Lei ha risposto subito ai tifosi, con parole molto dure. «E’ stata una reazione istintiva, e quindi forse sbagliata. Ma è stata dettata dal momento: io ero un uo­mo ferito. Non ho avuto la possibili­tà di pensare: è stata una risposta a un’azione premeditata da giorni, mesi e forse anni. Io sono un uomo con sentimenti e debolezze».

«Orgoglioso di non essere uno di loro». Conferma? «Sì, certo. E’ innegabile che io sia milanista e che abbia dato tutto per la maglia rossonera. Malgra­do questo, sono stato contestato più volte. Ero capitano da sei mesi quando scrissero su uno striscione che non ero degno della fascia e sotto casa con la vernice 'Meno Hollywood più impegno'. A me? Però sono cose che mi hanno fatto crescere: io ho maturato una liber­tà intellettuale e di espressione a cui non rinuncerò mai».

Ricorda i contrasti in passato tra lei e la tifoseria? «Gli episodi veri sono due. Il pri­mo al rientro da Istanbul dove, pur perdendo, avevamo giocato una finale stupenda, nettamente meglio del Liverpool. All’aeropor­to siamo stati contestati: 'Dovete chiederci scusa'. Io giocavo da una vita e dovevo chiedere scusa a un ragazzo di 20 anni? E poi scu­sa di cosa? Di aver perso una par­tita giocata in modo straordina­rio? Per inciso, quella sera il Liver­pool ci surclassò a livello di tifo: sul 3-0 si sentivano solo gli ingle­si e poi sempre di più, sempre di più... Ecco, all’aeroporto volaro­no parole grosse e rischiammo lo scontro».

Il secondo episodio? «A Montecarlo, Supercoppa 2007, gli ultrà non tifarono e non permisero che qualcuno ci incitas­se. E anche in campionato per al­cuni mesi giocammo in un clima surreale. La squadra soffriva que­sta situazione e io ne parlai pro­prio sulla Gazzetta. Fu un’intervi­sta da capitano, che però non piac­que ad alcuni tifosi. Fu organizza­to un incontro chiarificatore con un paio di loro, in cui ribadii quan­to detto alla Gazzetta spiegando che era per il bene del Milan».

I tifosi le rimproverano alcuni insulti. «Non li ho mai insultati tranne al­l’aeroporto di ritorno da Istanbul. Comunque l’episodio di domenica ha tracciato una linea ancora più netta tra me e loro».

Ma con Leonardo ha litigato o no? «Ecco, quest’equivoco è clamoroso. Quando mi hanno detto che si era sparsa la voce di un litigio, ero nel­lo spogliatoio abbracciato a Leo. In quel momento ripreso dalle teleca­mere, lui mi invita a non dare peso a certe cose e io gli dico quello che penso di certa gente. Stop».


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