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Modric: "Porto il nome di mio nonno con orgoglio. Gli spararono in un prato ai margini della strada. Mio padre davanti alla bara mi disse: 'Figlio mio, dagli un bacio'"

di Antonello Gioia

Nel corso dell'intervista al Corriere della Sera, Luka Modric ha parlato anche del rapporto con suo nonno Luka: "Porto il suo nome con orgoglio. Da piccolo non sono andato all’asilo, piangevo sempre, così mi hanno portato nella sua “casa alta”, ai piedi del monte Velebit, in Dalmazia. Era la casa dei cantonieri: il nonno aveva la manutenzione della strada. Distava una mezz’ora a piedi dalla “casa bassa” dove abitavano i miei genitori. Il nonno mi ha insegnato a spalare la neve, ad accatastare il fieno, a portare il gregge al pascolo. Sono cresciuto con gli animali, mi divertivo a tirare la coda alle caprette, credo di aver imparato a giocare a calcio lì, fra le pecore e le pietre".

Suo nonno fu assassinato dai cetnici serbi.
"Non amo parlare di questo. State riaprendo una ferita terribile".

Ci dispiace.
(Luka Modric resta un attimo in silenzio. Poi riprende a raccontare). "Era il dicembre del 1991, avevo sei anni. Una sera il nonno non tornò a casa. Andarono a cercarlo. Gli avevano sparato in un prato ai margini della strada. Aveva sessantasei anni. Non aveva fatto nulla di male a nessuno. Ricordo il funerale. Papà che mi porta davanti alla bara e mi dice: “Figlio mio, da’ un bacio al nonno”. Ancora oggi mi chiedo: come si fa a uccidere un uomo buono, un uomo giusto? Perché?".

Perché lo uccisero?
"Perché era la guerra. Mio padre partì volontario. Noi dovemmo lasciare tutto, da un giorno all’altro. Amici, affetti, cose. Ci rifugiammo prima a Makarska, nel campo profughi dell’orfanotrofio. Poi a Zara".


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