Leao e la pubalgia, l'osteopata Cesarini spiega: "Ecco perchè è un problema così subdolo"
Marco Cesarini, osteopata con esperienze professionali in Italia (Brescia, Bari, Milan, Samp), Inghilterra (West Ham, Watford, Fulham, Sheffield Utd), Cina (Henan), Turchia (Goztepe) e Arabia (Al-Shabab), intervistato da gazzetta.it, ha parlato così della pubalgia, problema fisico di cui sta soffrendo da tempo Rafael Leao: "Non è un infortunio classico, è una somma di fattori. A volte infatti viene definita una sindrome, ovvero c’è la presenza di alcune condizioni che provocano dolore nella stessa area. In quella zona ci sono muscoli, tendini, articolazioni, nervi. Spesso vengono coinvolti più elementi insieme. E’ un ginepraio, difficile da approcciare. Nell’ambito di un infortunio normale cerchi un punto preciso su cui lavorare. A seconda del grado della lesione sai già la prognosi, mentre con la pubalgia non hai un approccio classico, devi vedere l’atleta a 360 gradi.
La differenza con contrattura e stiramento? In questi casi, come dicevo, sai dove intervenire. Anche perché sono infortuni più frequenti e quindi più facili da approcciare. Nella pubalgia, alcune forme si risolvono in un paio di settimane, il giocatore magari gioca anche col dolore. Altre volte il dolore è talmente invalidante che le performance ne risentono drasticamente. Subentra poi anche un delicato scenario psicologico: ci sono giocatori che non vogliono fare brutta figura, magari subiscono la pressione di un allenatore chiamato obbligatoriamente a vincere. Ci sono calciatori che nascondono il problema per non mancare in partita. E altri che invece si fermano e si curano appena arrivano le avvisaglie. È un ginepraio anche sotto questo punto di vista, non solo da quello strettamente medico. Il problema è subdolo perché ti ritrovi un giocatore che arriva il campo e ti dice che sta bene. Sono tutti d’accordo nel farlo lavorare e poi è costretto a interrompere l’allenamento.
A volte però può essere un errore fermare del tutto il calciatore. Occorre riabilitarlo progressivamente, sotto carico, facendolo andare in campo e stando sempre attenti a non superare la soglia critica. Per capirci: lasciarlo un mese soltanto a riposo, non va bene. Bisogna gestire i carichi senza fermare l’attività. La difficoltà è capire il carico che il giocatore in quel momento può sopportare. Anche perché da un momento all’altro può ricadere nella patologia.
Intervento chirurgico? Può essere la soluzione in certi casi, anche se a volte è capitato che dopo l’intervento il calciatore non abbia del tutto superato il problema. L’intervento a volte consiste nel rinforzo della parete: si prendono due muscoli e li si uniscono per dare maggiore resistenza ai carichi. Altre volte viene tagliato un nervo nella zona inguinale per ‘spegnerlo’ completamente, come un dente devitalizzato. Vorrei sottolineare che si opera solo quando c’è una diagnosi precisa e corretta, non certo tanto per provare. La vera questione è che nel calcio non c’è il tempo di aspettare, diventa questo il problema, più che la pubalgia”.