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Giudice sulla rivoluzione di Cardinale al Milan: "La gestione non è uno show"

di Enrico Ferrazzi

Alessandro F. Giudice ha parlato così della rivoluzione di Gerry Cardinale al Milan sulle pagine del Corriere dello Sport in edicola stamattina: "Azzerare in due ore dirigenza e area sportiva all’alba di una sessione di mercato non è un atto di coraggio ma di imprudenza: differenza critica per chi guida un’azienda. Che Gerry Cardinale sia ammiratore di Donald Trump non è una nota di colore, semmai una chiave di lettura. Anni fa Trump ritrovò la ribalta grazie a un format preciso: quello del capo che licenzia, colpisce, decapita in modo spettacolare. Nel format “The Apprentice” la frase “You’re fired” sbattuta in faccia al malcapitato di turno era un brand ma quel modello funziona in televisione. Nelle aziende reali, la spettacolarizzazione del potere produce sempre gli stessi effetti: disorientamento interno, vuoti operativi, segnali sbagliati verso l’esterno. Cardinale sembra aver interiorizzato l’estetica del comando senza averne assimilato la sostanza. Perché infatti un uomo di finanza di un certo successo, abile a strutturare complesse operazioni e muoversi nei mercati internazionali, continua ad assumere decisioni che qualsiasi manager di media esperienza eviterebbe? La risposta più probabile è che il private equity (ma l’attività di investimento in generale) è diversa dalla gestione quotidiana delle aziende. Non a caso gli investitori di successo affidano la gestione operativa a manager esperti assegnando loro deleghe molto ampie. Anche nel calcio, Elliott fece questo con Gazidis e Oaktree con Marotta. Il deal-maker lavora su discontinuità, rotture; il manager costruisce continuità, processi, strutture che devono reggere nel tempo. Quando il primo si mette a fare il lavoro del secondo senza cambiare approccio, il risultato è prevedibile.  

Il problema più profondo non è nei tempi ma nella testa: domenica pomeriggio Cardinale ha scelto di esibirsi in un hotel del centro davanti a telecamere e giornalisti. Riunioni in sequenza, dirigenti che entrano ed escono, un “great meeting!” esclamato con assertività alla stampa presente. Mentre la squadra si preparava a giocare il match più importante, la proprietà alimentava il circo mediatico del prepartita. Chiunque abbia una cultura organizzativa minima sa che in quei momenti la regola è l’esatto contrario: silenzio, compattezza, concentrazione, zero distrazioni. La scena di domenica scorsa è la negazione di ogni principio elementare di crisis management ed è difficile non vederci, ancora una volta, l’ombra del suo modello di riferimento: il capo che appare, occupa lo spazio e si prende il centro della scena".


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