Ecco come il Milan Club New York City ha vissuto la sconfitta contro il Sassuolo
New York, 3 maggio 2026. La sveglia a Manhattan non ha il suono dei clacson, ma quello del battito del cuore rossonero che attraversa l’Oceano. Sono le 8:45 del mattino e mentre la città che non dorme mai inizia a sorseggiare i primi caffè lunghi, un angolo della 33esima strada si tinge di rosso e di nero. Questo 3 maggio, il giorno di Sassuolo-Milan è particolare, le vie sono invase da decine di migliaia di ciclisti, c’è una gara epica qui: la “TD Five Boro Bike Tour”, una volta all’anno le strade vengono bloccate, le auto non passano e si pedala.
Il punto di ritrovo per i rossoneri dal 2012 è il Legends Bar (6 W 33rd St), a due passi dall'Empire State Building. Sopra c’è la vita frenetica dei turisti, ma scendendo le scale si entra nella Football Factory, il tempio del calcio a New York. Qui, tra sciarpe di ogni latitudine, pulsa l’anima del Milan Club New York City.
Entrare qui significa respirare un’appartenenza che non conosce fusi orari. Il club, fondato nel 2008, è oggi un’istituzione guidata da figure come Franco Zagari, insegnante italo americano che ora vive nel Long Island a New York, nato qui da immigrati originari della Calabria, Alessandro Rimoldi (lavora nel mondo della finanza, è originario di Trieste) e Francesco Campari (milanese di via Turati, sì quella via Turati, che di lavoro fa l’attore e il produttore).
"Siamo arrivati ad avere 600 persone per lo scudetto", racconta Zagari mentre ci si siede ai tavoli del pub, lo sguardo fisso alle televisioni. Bandierone rossonere a dividere gli spazi, sul soffitto le sciarpe dei Milan Club di mezzo mondo (chi passa di qua, la dona e poi entra a far parte di questa sorta di museo; tra tutte citiamo quella del Milan Club Treviso “Pioli is on Fire”). Sul tavolo, il megafono, quello che guida i cori (quando l’entusiasmo sale alle stelle, almeno).
Nelle stanze vicine c’è chi guarda la Premier League. A proposito, il Legends è luogo noto per gli appassionati del pallone che passano per Gotham City. In questo scantinato di lusso, i milanisti convivono "divisi" dai tifosi del Chelsea, del PSG o del Leicester, ognuno nel suo spazio, ma uniti dalla stessa sacra ossessione. C’è anche una (piccola) bandiera della Juve, ma diciamolo sottovoce. C’è spazio anche per il folklore: come quella volta che un interista provò a infiltrarsi (“sapete, l’Inter club non mi ha risposto, voi almeno siete gentili e comunicate dove vi trovate per le partite”, ha detto a Zagari, basito nel vedere un cugino nella fossa dei leoni newyorkese), o i ricordi delle notti magiche di Champions, quando la Football Factory diventa un vulcano (anche se qui è pomeriggio).
Qui sono passati il presidente Paolo Scaroni a Giorgio Furlani, ma i tifosi ricordano con piacere solo i calciatori, i veri emblemi dell’Ac Milan. Dal “c’è solo un capitano” Franco Baresi, fino a Daniele Massaro e Sandro Tonali, che ancora oggi spezza il cuore a vederlo lontano da casa. Anche Matteo Gabbia e Tommaso Pobega sono passati di qui durante la tournée americana del 2024. “Siamo felici di accogliere tutti i rossoneri, siamo orgogliosi di poterli salutare: non solo i rappresentanti della società, ma tutti i tifosi”, dice Zagari. “A meno che in Italia non si giochi a mezzogiorno, ci siamo sempre. Con sei ore di fuso orario sulle spalle, ma non perdiamo neppure una partita”. Il beniamino locale, anche se il momento non è dei migliori, è ovviamente Christian Pulisic. “Che bello vedere uno statunitense giocare nel Milan”, dicono.
Vicino a Zagari, un tavolo più in là, ci sono alcuni dei fedelissimi, quelli che fanno parte del direttivo: c’è Derrick, originario di Hong Kong che lavora nella finanza e veste la seconda maglia, quella nera. Un egiziano (Ahmed) che indossa l’altra versione della seconda maglia, quella bianca. Ma anche l’imbianchino di Pordenone, che ha conosciuto in Italia una newyorkese e ha deciso di trasferirsi qui. Abbandonando tutto, a parte quella parte di sé che “non ti ho tradito mai”.
“Per noi è straordinario vivere la passione a livello internazionale, c’è una fortissima varietà tipica di New York, persone da ogni dove”, dice sorridendo Zagari. “Importante notare questa varietà di personale sul direttivo. Cosa proprio newyorkese: italiani, italo-americani come me. Ma tutti milanisti”.
Qui non si paga la tessera di iscrizione, chi vuole compera maglie e sciarpe del club e magari lascia qualche dollaro nelle lotterie di beneficenza per la Fondazione Milan, per la quale si organizzano raccolte fondi più volte nel corso dell’anno.
Un appunto, però, qui ci tengono a farlo. Nonostante in molti lo chiedano, questo non è un Milan Club sostenuto da Gerry Cardinale (la sede di RedBird è a pochi minuti a piedi, si corre su verso la 5th Avenue e poco prima di Central Park ci sono gli uffici di New York della proprietà, che rispetto al pulsare dei tifosi sembrano distanti anni luce). “Noi siamo autonomi, non abbiamo nessun sostegno da parte loro e anzi, non credo che molti tra i nostri fan siano affini al comportamento che hanno”, spiega Zagari. “A noi interessa vincere, non far quadrare i bilanci. Di certo, Gerry Cardinale qui non è mai venuto anche se lo abbiamo invitato”.
Oggi l'atmosfera è tesa. Sassuolo-Milan è una partita che evoca sogni (eh, che campo, quel campo quando il 19° scudetto apparve con Leao e Giroud), ma stavolta il Mapei Stadium si rivela un terreno ostico. Al Legend ci sono circa 60 persone – per il derby se ne contano 250 – tra residenti che hanno staccato dal lavoro o sono corsi qui all'alba, ragazzi della Curva Sud (un paio, eroi a seguire i colori, che noi “ci facciamo i chilometri, superiamo gli ostacoli”) e turisti che hanno trovato il posto grazie ai social. Arriva anche un volto noto del mondo della televisione, il direttore delle produzioni speciali di Mediaset Carlo Gorda, è qui in vacanza con la famiglia. “Forza Milan”, e si è subito fratelli.
La partita parte malissimo. Dopo soli 5 minuti, il colpo è durissimo: il solito Berardi, al rientro dalla squalifica, punisce il Diavolo col suo dodicesimo centro in carriera contro i rossoneri. Un silenzio di frustrazione scuote il seminterrato della 33esima. Poi arriva il rosso a Tomori. La sofferenza continua quando Laurienté raddoppia, fissando un 2-0 che affossa un Milan apparso troppo stanco e distratto.
Nonostante il punteggio punitivo, il senso di fratellanza non scema. Ci si ferma a fare due chiacchiere, si beve anche una birra (sì, sarebbe mattina col fuso orario… ma le sacre regole della partita tra amici non si violano) e si spera in futuro migliore, col Milan laddove merita. Sul tetto d’Italia, d’Europa, del Mondo con il “bel giuoco” (eh, sì, caro Silvio: ci manchi).
Ecco, la partita è finita e si torna fuori, nelle strade della Grande Mela che nel frattempo ricominciano a pulsare di gente e auto. Il Milan Club NYC dimostra che la vera vittoria è questa rete sociale che accoglie chiunque abbia il Diavolo nell'anima, che sia un manager di Wall Street o un turista di passaggio. Il Milan perde al Mapei, ma a New York la passione rossonera non retrocede di un centimetro. Forza lotta, vincerai, non ti lasceremo mai.
di Mauro Pigozzo