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Brambati vota un ex Milan per affiancare Malagò in FIGC. ecco di chi si tratta

di Federico Calabrese

Massimo Brambati, su TMW Radio, ha parlato così della candidatura di Giovanni Malagò come presidente FIGC: "E' un uomo delle Istituzioni, è uno capace, lo ha dimostrato al CONI. Il calcio è un'altra cosa, lo vedrei affiancato a un Maldini, a un ex calciatore di livello. Lo conosco però da anni e mi fa piacere".

L'anticipo di Galli - Il Milan dei tifosi e il Milan dei clienti (LEGGI QUI)

di Filippo Galli 

Leggo da più parti questo quesito: cosa serve per riavvicinare il tifoso al Milan? A onor del vero, il tifoso rossonero non ha mai fatto mancare il suo sostegno alla squadra, nonostante dopo il meraviglioso scudetto 2021-22 la squadra non abbia mai più raggiunto risultati all’altezza del suo blasone, fino al triste epilogo della scorsa stagione con l’ottavo posto e l’esclusione dalla Champions. Lo dicono le cifre: il numero di abbonati stagionali è pressoché stabile, intorno alle 40.000 unità, da diverse stagioni a questa parte, e lo stadio è praticamente sempre tutto esaurito. Ma un conto sono le cifre, un altro è il sentimento.

Ora che il ritorno in Champions sembra ormai cosa fatta (ok, facciamo pure gli scongiuri),il paradosso è che si percepisce un certo distacco tra la tifoseria e la società, come se le ultime stagioni avessero esaurito, sfibrato la resistenza del popolo rossonero. Che riempie stadio e canali social, certo, ma manifesta una visibile insofferenza. Per società intendiamo ovviamente la proprietà, le persone che la amministrano e che occupano ruoli apicali nell’organizzazione societaria. Altra cosa è la squadra, cioè i giocatori, l’allenatore, lo staff. 

Un po’ alla volta, tuttavia, questa distinzione rischia di affievolirsi: e sappiamo come a un certo punto l’esasperazione dei tifosi li porti a non distinguere più le due componenti e a mettere tutti sotto accusa, soprattutto quando aspirazioni e obiettivi non coincidono. Per i tifosi – inutile dirlo – l’ambizione è quella di giocare per vincere in Italia e in Europa. Per la società – ci pare di avere capito, Allegri lo ha ripetuto con encomiabile zelo circa cinquanta volte a intervista, anche quando la domanda era “Come sta Gimenez?” – per la società, dicevamo, l’obiettivo ci pare quello di arrivare fra le prime quattro, partecipare alla Champions, incamerare il massimo dei ricavi Uefa, televisivi e da ticketing – il che non è sbagliato, anzi, è indispensabile - e poi si vedrà.

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Ma non è tutto qui. Per il tifoso la partita, soprattutto quella che si gioca alla Scala del Calcio, non è solo il confronto tra due squadre che mette in palio tre punti: è molto di più. È l’occasione per esserci, per stare insieme, per essere testimoni di piccoli accadimenti, fuori e dentro lo stadio. C’è chi ha la fortuna di vivere a Milano o dintorni e c’è chi invece si sobbarca chilometri in autobus per non mancare all’appuntamento, costretto magari a prendere mezza giornata di ferie. Viaggiare insieme significa creare e consolidare legami, amicizie. Avvicinare il tifoso al Milan equivale sostenere e facilitare tutto ciò. Il tifoso che riempie San Siro a weekend alterni, inoltre, spesso va anche in trasferta: i costi sono esorbitanti, difficili da sostenere, c’è sempre meno spazio per acquistare una maglia, una sciarpa o più semplicemente un gadget. 

La società, per come si manifesta in questi anni, dà l’impressione di sottostimare questo aspetto “sentimentale”, in ragione di un business che va reso sostenibile e che non può aver cura di ciò che è legato alla passione. In altre parole, a chi va allo stadio (e anche a chi non ci va, ma osserva con attenzione) sembra che ci sia maggiore cura nei confronti del cliente, cioè di chi viene allo stadio saltuariamente: spesso è un turista, molte volte uno straniero a cui delle sorti della squadra del Milan importa poco o nulla, a cui interessa solo poter raccontare di esserci stato almeno una volta e, insieme all’esperienza dello stadio,acquista generosamente maglie e gadget, forte di un potere d’acquisto probabilmente superiore (in Italia gli stipendi sono fra i più bassi d’Europa) o anche solo di un approccio psicologico da vacanza, cioè più propenso a lasciar andare i cordoni della carta di credito. Ci pare di assistere, insomma, alla preferenza per un modello di cliente che arriva, paga, compra e riparte, ma che non aggiunge nulla alla spinta che un giocatore dovrebbe e vorrebbe ricevere dal pubblico e, vi assicuro per esperienza diretta, anche se non recentissima, è una spinta, un trasporto emotivo che può fare la differenza.

C’è una via d’uscita? Difficile dirlo: la gestione americana è stata abilissima a far salire il fatturato, le va riconosciuto. Proprio nel deludentissimo 2025, la società ha chiuso il suo miglior esercizio di sempre, con 494 milioni di ricavi e un utile di tre milioni. Nell’ultimo anno della gestione Berlusconi, il fatturato fu di 215 milioni. Bravi, bravissimi. Però, diciamocelo, i tifosi sono un po’ stanchi di sentir parlare di “classifica dei bilanci”: non facciamo i commercialisti e neppure viviamo sulla luna; sappiamo che i conti in regola sono indispensabili. Adesso, però pretendiamo una squadra davvero forte, costruita bene (il Milan ha speso 70 milioni per gli ultimi due attaccanti acquistati, che non giocano titolari: chi li ha scelti?), capace di vincere e quindi (ribadisco: quindi) di far crescere i ricavi: Uefa, diritti Tv, sponsor, biglietteria.

Forse è una proposta semplicistica, certamente una proposta da tifoso: un tifoso che vorrebbe tornare a vedere un Milan che gioca per vincere (e non per arrivare quarto) e un San Siro colmo di altri tifosi! Si può avere, o è assurdo?


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