Laura, tifosa rossonera, a Cardinale: “State calpestando la dignità di un club, Ibra saccente senza competenze”
Laura, tifosa rossonera che aveva già scritto una lettera dopo la sconfitta sconcertante a Reggio Emilia contro il Sssuolo, ha nuovamente voluto esprimere il proprio pensiero e mandare un messaggio alla società.
IL MILAN IN CADUTA LIBERA: TRA LA VERGOGNA E L’OBBLIGO DI VENDERE
Sono sempre stata molto sobria e chirurgica nelle mie analisi, condotte con costante educazione e rispetto.
Ma quel tempo della fiduciosa attesa è finito.
Oggi sarebbe del tutto inutile e ripetitivo fare l’ennesima analisi della partita citando titoli di giornali, riportando le dichiarazioni dei protagonisti o tornando su argomenti già caldi come il caro biglietti, la petizione delle cinquantamila firme, la tutela del nostro blasone e la svendita dell'identità storica rossonera o sviscerando il reale allarme commerciale e sociale.
Significherebbe fare un mero copia e incolla di concetti ampiamente espressi nelle mie lettere precedenti, quando avevo denunciato il bisogno di rispetto dopo Sassuolo e messo a nudo il crollo strutturale emerso dal deserto di San Siro dopo Milan-Atalanta.
I fatti, purtroppo, hanno dato ragione a quelle previsioni.
Oggi scelgo di essere breve, senza aggiungere emotività e accoratezza, perché la mia passione per questi colori è ormai nota, come è noto che il tempo per dispensare analisi o cercare di spiegare cosa rappresentano questi colori per tutti è finito.
Oggi serve essere diretti, schietti, lucidi e incisivi.
Il verdetto è arrivato ed è spietato: il Milan è fuori dalla Champions League.
Ero a San Siro domenica sera e ho visto uno stadio intero contestare all'unanimità, ho visto persone piangere lacrime di rabbia, VERGOGNA e rassegnazione. Ci abbiamo creduto fino in fondo. Avevamo due risultati utili su tre a disposizione, avevamo sulla carta la partita più facile e siamo riusciti a fallire un obiettivo che godeva, alla vigilia, del massimo tasso di fattibilità.
Altre squadre, aggiudicandosi il piazzamento in Europa League, oggi festeggerebbero.
Ma noi no, e no con forza!
A inizio anno puntavamo allo scudetto, poi ci siamo ridotti a inseguire il pass minimo della Champions, ma il girone di ritorno in costante caduta libera ci ha trascinati fino all'apice della VERGOGNA. Un quinto posto può essere un risultato di tutto rispetto per altri club, ma non per chi aveva obiettivi ben diversi e più alti, e ha miseramente fallito.
Il risultato naturale di questo epilogo è sicuramente dovuto ad una paralisi decisionale della governance, che ha certificato il fallimento di un modello basato sulla presunzione di gestire il calcio senza masticarlo.
Quando la proprietà è la prima a non conoscere le dinamiche del campo, l'errore fatale di un proprietario assente risiede nell'affidarsi a collaboratori del tutto inadeguati, illudendosi di vincere in Italia con logiche americane e interviste sconnesse dalla realtà. Un organigramma fatto di figure che partono da un presidente che si limita alla rappresentanza istituzionale, passando per un amministratore delegato che ragiona solo con i numeri, uno scouting che confonde la ricerca dei singoli con la costruzione di una squadra, fino ad arrivare a una leggenda del passato a cui è bastato svestire i panni da calciatore per ergersi, in automatico, a sapiente, spesso saccente, dirigente senza averne le competenze crea inevitabilmente un mix di profili inadatti a garantire stabilità e vittoria.
Se non si possiede la cultura del calcio, soprattutto di quello italiano, cade la presunzione di saper scegliere le persone giuste: si finisce inevitabilmente per selezionare manager per competenze generiche, ma mai mirate per vincere sul campo. Un errore strategico che porta all'assurdo di questi momenti, dove si lasciano inspiegabilmente le sorti del club nelle mani di chi ha come unico merito un glorioso passato da calciatore, ma è del tutto privo di reali capacità dirigenziali. A questo punto, Mr. Cardinale è davanti a un bivio immediato.
Se c'è l'ostinazione di voler trattenere ancora un “prodotto”, perché questo è ormai il Milan nelle logiche della proprietà, deve esserci anche il coraggio finanziario di foraggiare la ricostruzione in maniera importante, immettendo liquidità pesante sul mercato solo dopo aver scelto le persone giuste. Ma siccome l'assenza di cultura calcistica non consente alla proprietà di selezionare i giusti profili che creino una dirigenza solida, affidabile e competente, l'unica scelta razionale rimane VENDERE. Punto. VENDERE prima che un altro anno precario o addirittura fallimentare porti l'asset alla svendita.
E poiché ormai è chiaro a tutti, tifosi, media, opinionisti, addetti ai lavori, ma persino a chi di calcio non capisce assolutamente nulla, che nelle stanze dei bottoni di questo club di un asset e solo di un asset si tratta, l'unica via d'uscita è accogliere quel consiglio programmatico, travestito da slogan, che ormai viene urlato all'unanimità da tutti i settori dello stadio: VENDERE!
VENDERE senza sprecare tempo creando inutili tavoli di lavoro per comprendere, risolvere e cercare di ricostruire. Non ci sono le competenze per farlo, ed è decisamente meglio gestire questo tempo, risorsa ormai preziosa, cercando un nuovo acquirente che rispetti le caratteristiche di chi mastica e conosce davvero il calcio, con le risorse e l'intenzione di investire pesantemente.
Qui non c’è accanimento ma solo realismo, perché davanti alle dichiarazioni di chi si definisce “un vincente che odia perdere”, la realtà dei fatti restituisce un fallimento societario totale.
Davanti a questo scenario sarebbe necessario fare un passo indietro con umiltà, sebbene sia una qualità umana non contemplata da certi personaggi di business che scelgono invece l'onnipotenza e la superbia.
Continuare con questa gestione scialba non significa solo esporre il brand a un rischio economico drammatico, dove se non si spende oggi per ricostruire, l'anno prossimo ci si troverà a dover svendere il club. Significa calpestare la dignità di un intero popolo, svalutare l'orgoglio dei nostri colori, ridicolizzare il blasone del brand a livello mondiale e danneggiare l'unico vero motore che tiene in piedi la baracca: la nostra passione e il nostro potenziale di spesa. Dal tifoso solito sostenitore a quello alto spendente, dal bambino che si avvicina oggi a questi colori allo straniero che viaggia per l'Europa, dall'anziano che ha vissuto la nostra gloria e custodisce la memoria del blasone, fino all'ultrà che non salta un metro di gradinata.
Ecco perché, proprio per l'urgenza di questo scenario, diventa inevitabile abbandonare ogni diplomazia e fare, per la prima volta, nomi e cognomi: Mr. Gerald Joseph Cardinale, per tutti Gerry, dovrebbe essere il primo a mettersi profondamente in discussione, ancor prima di mettere sulla graticola tutto il comparto dirigenziale e tecnico. Bisogna avere il coraggio di passare la mano e lenire questa VERGOGNA facendo l'unica azione logica rimasta.
Sarebbe l'unico modo per restituire dignità a una storia gloriosa e rispettare un popolo ferito rivalorizzando un brand che, se oggi fosse quotato in borsa, vedrebbe il proprio titolo inesorabilmente, disastrosamente e irrimediabilmente in profondo rosso costante. Un collasso finanziario che presto si rifletterà inevitabilmente anche sui ricavi di biglietteria, abbonamenti, marketing e merchandising, anch'essi destinati a un profondo e drammatico segno meno.
Chiudo sempre con educazione e rispetto, ma con una certezza granitica. Davanti al fallimento di tutti, resta solo il verdetto del popolo rossonero che andrebbe ascoltato e che oggi chiede all’unisono: VENDERE!
Laura