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ESCLUSIVA MN - Gavillucci: "Non poter utilizzare la tecnologia per ripristinare la verità in campo rappresenta un limite evidente del sistema"

di Redazione MilanNews

L'episodio Kalulu-Bastoni è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, scoperchiando definitivamente il vaso di Pandora su una classe arbitrale italiana in confusione e che negli ultimi anni non si è dimostrata all'altezza della Serie A. Per parlarne, allargando il discorso anche sul VAR e relativo protocollo la redazione di MilanNews.it ha contattato l'ex arbitro di Serie A Claudio Gavillucci. Queste le sue dichiarazioni:

Dopo Inter-Juve, qual è il suo primo pensiero sul VAR?

"I ragionamenti sono due. Il primo è molto concreto: di fronte a un chiaro ed evidente errore, come nel caso del secondo cartellino giallo a Kalulu, non poter utilizzare la tecnologia per ripristinare la verità in campo rappresenta un limite evidente del sistema. Quando uno strumento esiste ma il protocollo ne impedisce l’utilizzo in situazioni determinanti, è inevitabile che si generi frustrazione. Il secondo ragionamento è più ampio e strutturale: più si ampliano le possibilità di intervento del VAR, più cresce la discrezionalità interpretativa. Ed è proprio qui che nasce la frattura tra percezione pubblica e decisione arbitrale. Le polemiche sull’utilizzo del VAR non saranno mai un problema tecnologico, ma metodologico. Il vero nodo è l’uniformità applicativa: se manca coerenza nei criteri di intervento, il sistema perde credibilità, indipendentemente dalla correttezza del singolo episodio".

È la gara che dovrebbe far partire il cambiamento?

"Le partite ad altissima esposizione mediatica, e Inter-Juve storicamente è la gara simbolo sotto questo profilo, amplificano criticità che in realtà sono sistemiche. Non è la singola partita a determinare la necessità di una riforma, ma la reiterazione di problematiche strutturali. Quando un episodio riapre ciclicamente il dibattito significa che i criteri di intervento non sono percepiti come coerenti, la comunicazione post-gara è insufficiente o complessa, il sistema di accountability appare opaco. Il cambiamento dovrebbe partire da un’analisi tecnica centralizzata delle criticità, resa pubblica in modo strutturato e non meramente difensivo. In questo senso le responsabilità non ricadono soltanto sull’Associazione Italiana Arbitri, ma in primis sulla FIGC, che è l’organo di coordinamento tra settore arbitrale e leghe professionistiche".

Ennesima prova di un protocollo sbagliato?

"In questo caso specifico parlerei più di protocollo incompleto che sbagliato. Il protocollo IFAB, allo stato attuale, non prevede la revisione per il secondo cartellino giallo, anche se è noto che questa estensione verrà introdotta a breve. Questo dimostra che il sistema è in evoluzione, ma nel frattempo resta scoperta una zona grigia rilevante. In generale, il protocollo nasce con un’impostazione conservativa e garantista, finalizzata a tutelare la decisione dell’arbitro di campo. Il concetto di “intensità” nei falli dovrebbe rimanere soggettivo, ma nel tempo, almeno in Italia, l’intervento del VAR ha progressivamente inciso su questo ambito, alterando l’equilibrio originario. Il VAR dovrebbe limitarsi a stabilire se esiste un chiaro ed evidente errore prima di attivare una revisione. Oggi, invece, in alcune circostanze sembra orientato più a “migliorare” la decisione dell’arbitro che a correggere un errore oggettivo, con il rischio di tradire la funzione originaria della tecnologia".

Rocchi si sta dimostrando un designatore inadeguato?

"Il tema non può essere ridotto a una valutazione personale. È vero che, oggettivamente, nei cinque anni di mandato i risultati non sono stati pienamente soddisfacenti sotto il profilo della percezione esterna, ma parlare di inadeguatezza significherebbe personalizzare un problema che è, prima di tutto, sistemico. Molti errori visti negli ultimi anni sono stati figli non della malafede o dell’incapacità tecnica, ma di mancanza di lucidità e coerenza interpretativa. E lucidità e coerenza dipendono dalle direttive ricevute, dalla loro stabilità nel tempo e dalla serenità dell’ambiente in cui gli arbitri operano. Il designatore, oggi Gianluca Rocchi, è di fatto l’allenatore degli arbitri. La vera domanda è: esiste una linea tecnica chiara, precisa e coerente che venga trasmessa e mantenuta nel tempo? Molti errori non derivano da limiti individuali, ma da indicazioni interpretative non sempre uniformi. Se la linea cambia o non è sufficientemente definita, l’arbitro tende a diventare insicuro. E l’insicurezza, nei momenti decisivi, genera errore".

La categoria arbitri è poco adatta alla Serie A?

"Gli arbitri italiani hanno preparazione tecnica e atletica adeguata alla Serie A. Il problema non è la qualità individuale, ma la gestione del gruppo e la coerenza dell’indirizzo tecnico. Spesso si può esprimere un giudizio complessivamente sufficiente su una direzione di gara nel suo insieme, ma non sugli episodi determinanti. Ed è proprio lì che cambia la percezione. Un singolo “crucial mistake” incide inevitabilmente sulla credibilità dell’intera prestazione. Non si tratta di incompetenza, ma di lucidità nei momenti chiave. E la lucidità si costruisce attraverso direttive semplici, chiare e stabili nel tempo. Se chi forma e guida gli arbitri non offre indicazioni uniformi, il rischio è che ogni direttore di gara interpreti in modo leggermente diverso lo stesso episodio. Nel calcio moderno, dove ogni contatto viene analizzato al rallentatore e sezionato nei dettagli, anche una minima differenza interpretativa diventa enorme".

Da dove dovrebbe partire il cambiamento e cosa si aspetta?

"Il cambiamento deve partire da chi scrive le regole e da chi fornisce la linea interpretativa. Gli arbitri applicano il regolamento, non lo creano. Oggi il calcio fatica a riconoscersi perché ha perso semplicità. È uno sport di contatto: più si interviene, più aumentano le possibilità di errore. I calciatori lo hanno compreso e ormai, a ogni minimo contatto, si cerca la revisione. Questo altera la natura stessa del gioco. Serve tornare a un principio semplice, che gli inglesi sintetizzano con “less is more”: meno si interviene, minori sono le probabilità di sbagliare e di generare polemiche. E soprattutto si restituisce ai giocatori la consapevolezza che non tutti i contatti sono falli. Occorre una linea tecnica definita e mantenuta nel tempo, direttive chiare, precise e uniformi, maggiore semplicità regolamentare e la capacità, da parte di chi dirige il settore arbitrale, di mantenere la barra dritta nei momenti di pressione, senza inseguire le polemiche. Gli errori non potranno mai essere eliminati del tutto, perché finché ci sarà l’elemento umano l’interpretazione farà parte del gioco. Ma si può ridurre l’incertezza sistemica. In questo senso un ruolo fondamentale deve averlo la FIGC, che dovrebbe accompagnare l’Associazione Italiana Arbitri verso una maggiore autonomia tecnica e organizzativa, condizione indispensabile per garantire stabilità e serenità operativa. La stabilità e l’autonomia organizzativa è la chiave per restituire credibilità all’intero sistema".

intervista di Federico Calabrese.


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