Le maschere di Allegri. L'assenza di Leao non è la fortuna di Nkunku. Spalletti, 40 anni dopo...
Gliel'hanno detto, finalmente. Glielo hanno chiesto. Nella conferenza stampa di vigilia di Pisa-Milan, un collega ha fatto notare a Massimiliano Allegri che i giocatori parlano spesso - nelle loro interviste - di scudetto. Lo fa anche lui, nel chiuso dello spogliatoio, non ho dubbi: un allenatore come Allegri non si accontenta. Rispetta in pubblico le ambizioni del club, rientrare in Champions, ma con 50 punti e una gara da recuperare non può non spronare i suoi dare tutto per alzare l'asticella. Inutile ripetere ogni volta ciò che l'Inter ha in più e di meglio: le variabili affinché i rossoneri possano stare aggrappati al vertice e casomai insidiare i nerazzurri sono soltanto due. La prima è che a Milanell stiano finalmente tutti bene, la seconda è che Coppa Italia e soprattutto la Champions asciughino un po' di energie fisiche e psichiche dell'Inter. Altrimenti la strada è segnata.
Max fa benissimo a indossare la maschera (anche più di una) dall'inizio della stagione: si è allineato con i dettami della proprietà nelle esternazioni alla stampa, accetta ogni scelta e ogni logica di mercato, così come l'andazzo arbitrale, ma poi dice e fa quello che deve dire e fare dietro le quinte. Un professionista di esperienza e conoscenza come lui sa quando è il momento di gettarla, la maschera, e sapeva bene come l'ambiente Milan non avesse nessuna voglia - sin dall'estate - di ascoltare proclami fatui su ambizioni e traguardi. Inutile starnazzare sullo scudetto dopo un ottavo posto e 2 stagioni tormentate come quelle alle spalle.
A Bologna finalmente un spartito diverso rispetto a trasferte caudine come Torino, Firenze, Como, Roma... A parte i primi minuti, squadra spavalda e sicura che ha chiuso e affondato nei momenti giusti e nel modo giusto. Come dovrebbe fare sempre, senza stare lì a guardare passivamente. Vero che i rossoblù sono ai minimi termini, ma sappiamo bene quanto poco al Milan capiti di approfittare delle disgrazie altrui. È il momento in cui convinzione e autostima spingano la squadra al di fuori della passività, bisogna avere un certo atteggiamento quando non si ha la palla, ma più bravura, attenzione, precisione, coraggio quando la si ha tra i piedi. Chiaro che, perché questo avvenga, devi avere tutti in condizione, ma credo che anche con qualche assenza, spettacoli come quelli offerti nei primi tempi di molte partite si possano evitare.
Se non proprio esploso, certamente Nkunku si è sbloccato in queste ultime uscite. Non solo i gol su azione e su rigore, ma anche giocate pregevoli e un atteggiamento più deciso. Qualcuno ha attribuito questa prima escalation all'assenza di Leao, agli spazi più ampi, a una maggiore libertà. Rispetto tutte le opinioni, anche questa che non condivido: non ho mai visto due bravi giocatori non poter giocare insieme, mai. E pensare che Nkunku (29 anni, dei quali 4 trascorsi a Parigi, 4 a Lipsia e 2 a Londra) sia condizionato negativamente da un compagno di reparto, mi sembra illogico e difficilmente argomentabile. Si tratta semmai di studiare posizioni e meccanismi, ci vuole tempo. Tutto qui.
Luciano Spalletti si è unito alla lunga lista dei piagnistei stagionali sulle nefandezze di arbitri e VAR, rilanciando l'idea del professionismo anche per questa categoria che, secondo l'allenatore della Juventus, "dovrebbe pensare 24 ore su 24 al suo mestiere come fanno allenatori e giocatori: non può essere l'unico dilettante in campo". A parte che dilettanti che prendono 5000 euro a gettone non ne conosco molti, Lucianone è comunque in ritardo di 40 anni: anche questa fu una delle tante battaglie di Maurizio Mosca. La "moviola in campo" (che funziona in tutto il mondo, tranne che in Italia) e la telecamera sulla testa degli arbitri (se usata opportunamente dai troppi registi di calcio che hanno invece la sindrome di Sergio Leone) le hanno già introdotte, insieme all'aumento del numero dei cambi. Manca sistemare la regola del fuorigioco, il tempo effettivo, l'ammonizione per le simulazioni reiterate, poi potremo parlare di professionismo arbitrale: con 40 anni di ritardo, appunto, e sapendo che non lo introdurranno mai.