L'anticipo di Galli - La mentalità, il gioco, il risultato. In quest’ordine
“Il risultato copre tutto, fino a quando non scopre tutto”. Prendo in prestito questo assunto dell’amico Andrea Fiore che, a mio avviso, ben definisce il percorso del Milan a partire dalla prima metà del mese di gennaio, anche se, a onor del vero, alcune avvisaglie si erano già rivelate nei mesi precedenti, fino a portarla alla situazione attuale. Tutti abbiamo infatti sottovalutato alcuni indizi,fuorviati dai risultati, fino a quando è arrivata la seconda sconfitta dell’intero campionato, maturata a San Siro il 22 febbraio contro il Parma di Carlos Cuesta, la squadra che, ironia della sorte, con il Milan ha in comune un baricentro di gioco molto basso.
Alcuni quesiti sorgono spontanei. Il primo è il seguente: è la qualità del singolo giocatore a determinare l’atteggiamento della squadra, o è l’atteggiamento in campo della squadra che mette nelle condizioni il giocatore di mostrare tutte le sue qualità? Un’ipotesi non esclude l’altra o, meglio, l’una alimenta l’altra senza soluzione di continuità e non necessariamente nell’ordine indicato. Sono fermamente convinto, però, che la matrice iniziale,provenga dalla scelta dell’idea e dallo stile di gioco che si vuole perseguire.
Il secondo quesito è il seguente: quanto l’allenatore può indurre la propria squadra ad assumere in campo un atteggiamento propositivo piuttosto che attendista e pragmatico? La mia risposta è… molto! Detto questo, è chiaro che sia necessario essere capaci di rinunciare alla propositività, di limitarsi a contenere e sfruttare le opportunità; ad esempio quando l’avversario dimostra palesemente di essere più forte o manifesta, in una determinatagara, di saper tenere meglio il campo e di riuscire a prevalere nel controllo della partita: ma questo dovrebbe essere una sorta di piano B, di second best, cioè di migliore opzione esclusa la prima. Ciò che non mi piace, al contrario, è vedere un atteggiamento speculativo, utilitaristico, a prescindere, un atteggiamento volto a subire la proposta dell’avversario indipendentemente dal valore del contendente di turno. Insomma, mi piacerebbe vedere un Milan con una mentalità dominante, il tratto distintivo di un top club come il nostro: una mentalità che sembra esser sparita, non permettendo alla squadra di mostrare la miglior rappresentazione di sé.
Ora siamo a tre partite e tutti – credo – avvertiamo un fortissimo senso di catastrofe all’orizzonte, sulla base delle prestazioni senza nerbo (non solo senza gol) delle ultime partite, e sulla base del fatto che la mancata qualificazione in Champions ci priverebbe delle risorse economiche per rinforzare la squadra avviandoci a un altro anno di mediocrità. Io ribadisco la mia fiducia nell’ottenimento dell’anelato traguardo Champions, sia per qualità della rosa che per le competenze del tecnico e dello staff. Ma ribadisco anche che da quel momento in poi sarà necessario da parte di tutti lavorare, sul campo e tra le pieghe della comunicazione, per riacquisire una mentalità vincente che non si genera semplicemente da una o più vittorie ma che è il prodotto del desiderio di prevalere attraverso la proposta di gioco che è, come già detto, matrice di gestualità tecniche, di scelte, di corse che esaltano le qualità dei giocatori e l’animo dei tifosi sugli spalti, e non il contrario.
Di questo abbiamo bisogno se vogliamo tornare protagonisti per davvero, in Italia e, soprattutto, in Europa. Come nei capolavori cinematografici ciò che conta è il copione, la sceneggiatura, l’anima della rappresentazione, da qui in avanti si potrà anche pensare di volere e di poter anche attrarre interpreti migliori.