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L'anticipo di Galli - A Bologna si è visto il “mio” Allegri

di Filippo Galli

Da martedì sera, dopo la netta vittoria per 3-0 contro il Bologna di Italiano, qualche tifoso in più coltiva un sogno proibito: vincere il campionato (con seconda stella annessa). E pensare che al fischio d’inizio c’era più di qualche motivo per essere preoccupati: squadra non al completo - specie in attacco - e un diffuso malcontento per il mancato arrivo dal mercato del centravanti Mateta e di un difensore (Disasi).

Il Milan ha giocato, come sua consuetudine una partita attenta, accorta dal punto di vista difensivo. Difesa a tre che in fase di non possesso diventava a 5 con Bartesaghi e Athekame bravi a leggere le situazioni e arretrare o avanzare di conseguenza. La solita cerniera formata dai centrocampisti Rabiot e Fofana, con muscoli, gamba e tecnica: non ineccepibile, quest’ultima, nel caso di Fofana, ma comunque parte di un meccanismo di indiscutibile efficacia. Con loro, ancora una volta sontuoso nella sua prestazione Luka Modric che non si limita a giocar di fioretto, a superare due linee di pressione del Bologna con un solo passaggio, ma contribuisce in fase di non possesso, schermando traiettorie di passaggio e recuperando una quantità di palloni che ancora stupisce dopo 23 partite di campionato.

Della loro presenza ha tratto giovamento il trio difensivo De Winter, Gabbia e Pavlovic, con il serbo, ancora una volta, tra i primi a suonare la carica. Struttura difensiva che ha permesso a Mike Maignan, fresco di rinnovo contrattuale, di restare praticamente inoperoso.

Che dire del nostro attacco? Le defezioni e le condizioni fisiche non ottimali di Leao, Pulisic, Saelemaekers e Füllkrug hanno costretto Allegri a scegliere per l’undici iniziale entrambi gli ex Chelsea: Nkunku come prima punta, con Loftus-Cheek pronto ad inserirsi nel ruolo di seconda punta (in modo del tutto controintuitivo rispetto alle rispettive strutture fisiche).

Certo, il Bologna che abbiamo affrontato ha palesato i limiti di una squadra ancora alla ricerca dello standard cui ci aveva abituati fino all’inizio di questa stagione (una sola vittoria nelle ultime 11 di campionato), forte sia nell’organizzazione e nelle letture difensive, sia nella produttività degli attaccanti: qualità che, al netto delle difficoltà rossonere di quel tempo, aveva permesso ai felsinei di aggiudicarsi senza troppa fatica la Coppa Italia nel maggio dello scorso anno.

Credo però sia necessario andare oltre la vittoria in sé e analizzare come sia maturata. Il Milan oltre a non aver lasciato costantemente il pallino del gioco agli avversari, come accaduto ad esempio a Como e in diverse altre occasioni, ha mostrato di poter tenere il campo con piglio autorevole anche se, a onor del vero, il valore del possesso palla sia stato in termini di percentuali ancora a favore degli avversari.

Ciò che mi ha particolarmente colpito è stata la qualità delle prestazioni di Athekame, De Winter e Nkunku: il primo soltanto alla seconda presenza da titolare, è stato padrone della fascia destra, bravo a rifornire di cross i nostri attaccanti e applicato nel difendere; il secondo, accompagnato da qualche perplessità, è stato continuo e solido, privo di sbavature, spesso di fronte a Rowe, il più intraprendente fra gli attaccanti avversari; il terzo è stato finalmente determinato e continuo all’interno di una partita, a dispetto delle voci di mercato, e bravo nell’intesa con Loftus e compagni nonché, non dimentichiamolo, autore del suo quinto goal in campionato. Tre giocatori, insomma, che sono sembrati completamente inseriti nel piano gara della partita, esattamente come i titolari veterani.

Il merito di tutto ciò è certamente da ascrivere ai giocatori, alla loro voglia di migliorarsi giorno dopo giorno, grazie anche ai tempi garantiti dalla settimana senza coppe (una frase che speriamo di non dovere usare mai più!). Il merito però è anche di Tare, di Allegri e del suo staff, bravi a proteggere i giocatori e a creare le condizioni necessarie per affinare le qualità e le attitudini al lavoro di ciascuno nella quiete di Milanello. Mi sembra di vederlo, Allegri, spronare i giocatori, trovare una relazione diversa per ognuno, quella necessaria per arrivare alla testa e al cuore di ciascuno. Così si formano i gruppi, quelli forti, quelli che possono raggiungere risultati che sembrano impossibili, non solo curando gli aspetti tecnico-tattici o atletici: Max, in questo, è maestro (e un giorno, con calma, ragioneremo sul rinnovo di Mike Maignan e sulla scommessa – pericolosissima - di tenerlo a Milano in scadenza di contratto, col rischio di replicare un altro caso Donnarumma, per ricucire un rapporto che era seriamente danneggiato). 

Una vittoria, quella al Dall’Ara, che consolida la posizione Champions e che ci fa anche pensare ad altro, a qualcosa che sta davanti in classifica e non dietro. Una vittoria, come qualcuno ha già scritto, di “lungo muso”, lontana dai canoni che molti definiscono “allegriani”, una prestazione che va a sostegno di quanto scrivo dalla scorsa estate: questo Milan, con Allegri, può vincere anche mostrando la miglior versione di sé. Proviamo a non porci limiti!


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