Attacco Milan: il dato inquietante. Basta giocatori di terza fascia. Senza Champions, rivoluzione?
Il Milan è entrato in crisi nel momento peggiore per farlo e adesso vivrà le prossime tre settimane con quell’ansia che abbiamo imparato a conoscere bene negli anni passati. L’ansia di non farcela, di giocare in un ambiente pesante e sfiduciato (domenica con l’Atalanta il solito porto turistico a San Siro non servirà) da quello che si vede sul rettangolo di gioco da dopo il derby in avanti. Un tracollo impressionante, figlio di molteplici fattori che vanno ricercati in quello che accade a Milanello durante gli allenamenti in primis, perché in campo ci vanno i calciatori che dovrebbero applicare quello che viene preparato in settimana.
C’è una crisi ormai profonda dal punto di vista offensivo che si racchiude in un dato: 727 giorni sommati senza che un attaccante del Milan trovi la via della rete. Un numero che inquieta e che si sviluppa così: Pulisic non segna da 127 giorni (28 dicembre), Füllkrug dal 18 gennaio (106 giorni), Christopher Nkunku da 70 giorni (3 febbraio), Rafael Leao dal 1° marzo (64 giorni) mentre Santiago Gimenez è a quota 360 giorni e sabato abbatterà il muro dell’anno solare senza aver messo un pallone alle spalle di un portiere in campionato (pur con la discriminante della gestione dell’infortunio alla caviglia che pesa in questo computo).
E la domanda sorge spontanea: come si può essere competitivi ad alti livelli, sperare di poter costruire qualcosa per arrivare a vincere (mentre gli altri vincono e rivincono, ma sembra che dentro Casa Milan importi poco) con un attacco così evanescente? C’è un grande problema strutturale e di valore assoluto. Nessuno degli attaccanti attualmente in rosa, nel Milan, è uno che gode nel segnare. È palese ed è anche giusto chiedersi cosa si faccia, in settimana, come lavoro sulla fase offensiva o cosa si sia inceppato negli ultimi due mesi in questo ambito. Ovviamente la colpa primaria è dei giocatori, che vanno in campo e sembrano giocare a Subbuteo. Zero movimenti, zero pericolosità, nessuna giocata codificata e nessun assalto convinto alla porta avversaria. Sembra la fase offensiva di una squadra che deve salvarsi e che non ha il talento di una big piuttosto che quella di una big.
L’attacco è lo strumento per arrivare al fine ultimo del gioco, ovvero fare gol. Ma al Milan, questa cosa, non sembra essere animata da quel fuoco che serve per fare la differenza. Il dramma è che la cosa si estende anche ai centrocampisti, che se si toglie Rabiot, non hanno portato quei gol che servivano per il 3-5-2.
E allora le domande da fare a Giorgio Furlani e Igli Tare sono la seguenti (per ora per iscritto): che si fa in estate? Si investe o no? Si cerca sempre l’attaccantino da 30 milioni o si va a prenderne almeno due che cambino il volto di questa squadra, anche a costo di fare cessioni importanti la davanti? Come giocherà il Milan della stagione 2026-27 in attacco? A due o tre punte? I bonus sono finiti, le scelte dovranno essere fatte in funzione di quell’ossessione che si chiama vittoria e non del quarto posto, obiettivo da perdenti se ti chiami Milan. E anche sul resto della rosa si dovrà intervenire in maniera profonda, specie a livello qualitativo. Estupinan, Athekame, Jashari, Ricci, Odogu, Nkunku sono giocatori non adatti ad un Milan vincente. E il timore che le altre si rafforzino maggiormente e che tu, senza una campagna acquisti importante, possa finire dietro, cresce.
Non azzardatevi a non andare in Champions League, perché se non ci andiamo, tutti dovrebbero finire sotto l'aspetto valutativo dei loro operati e dei loro mandati. Nessuno escluso.